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Da: |
Raffaella |
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A: |
bancoalbranco@yahoo.it |
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Oggetto: |
l gioco delle tre carte |
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Data: |
29 dicembre 2005 11:24:37 +0100 |
Il gioco delle tre carte
Chi ha modo di frequentare con assiduità la stazione centrale di Napoli avrà certo notato, almeno una volta, nella limitrofa fermata della metropolitana, un gruppetto di abilissimi esecutori di questo gioco.
Si tratta di una manciata di uomini, per lo più di mezz'età, accalcati intorno a un tavolino.
Dietro al tavolo sta un signore piuttosto anziano, che muove rapidissimo tre tavolette di legno, ciascuna circondata da un elastico nero.
Su una faccia le tavolette sono tutte uguali, sull'altra ciascuna ha incollata una carta da poker, due nere e una rossa.
Dopo che il signore ha mescolato le tavolette, le persone circostanti puntano sotto quale di esse si nasconde quella rossa.
C’ è il compare che cerca di attirare l’attenzione del “fesso” di turno scommettendo sulla carta vincente.
Il compare vince.
Il fesso no.
Nell’attuale condizione socio-politica in cui ci troviamo si può capire subito chi è il fesso.
Il fesso siamo noi, i napoletani.
I problemi che da secoli affliggono questo popolo sembrano affondare in un mare di progresso fatto di telefonini, televisori al plasma, di futilità.
E noi ci caschiamo.
Il napoletano è come se soffrisse un senso di inferiorità nei confronti degli altri e di se stesso.
Se non hai la macchina potente, il cellulare che “fa pur ‘ o ccafè’ non sei nessuno.
Ci stiamo sempre più avvicinando allo stereotipo consumistico e superficiale americano.
Ci stiamo facendo travolgere dalla frenesia di essere sempre alla moda, griffati, quando ci sono persone che a fatica arrivano all’inizio del mese, la fine chi lo sa.
Le cattive compagnie si possono incontrare anche in casa… non sottovalutiamo la potenza persuasiva della televisione.
Non lasciamoci ingannare da un moderno focolare catodico, dalle sue proposte ammiccanti, dalle sue immagini ammaliatrici.
Stiamo rincorrendo un progresso che è già dietro le nostre spalle insieme ai più deboli.
Troppo presi dalla frenesia di rincorrerlo ci siamo lasciati dietro la possibilità di aiutarci ad avere una vita decente, o per lo meno a sopravvivere.
Il progresso non si può fermare, dicono.
Come se il progresso fosse per forza una locomotiva in discesa e senza freni.
L'unica cosa che non è stata ancora toccata dal progresso è l'idea di progresso.
In questa società sovraffollata di immagini c’è un occultamento delle cose, di una invisibilità.
Le cose a forza di esporsi e di essere esposte si sono rese di fatto invisibili.
Nella trionfante obsolescenza le immagini hanno la tendenza a sparire, o ad essere dimenticati o, ancor più sottilmente a divenire invisibili.
L’obiettivo fotografico, fedele compagno, è uno strumento indispensabile per portare all’attenzione cose che si sono perse nel calderone del progresso.
La fotografia, oltre la sua modernità tecnica e la sua dimensione collettiva e storica, ha segnato, ulteriormente l’ascesa – contro le immagini gestite e trasmesse da tutte le forme di Potere – di intere collettività a una forma di produzione creativa dove ogni individuo ha potuto scoprire non solo le intermittenze del proprio sentire, bensì anche, tramite queste, le dimensioni di una Storia (rivelata e svelata dalle sue “maschere ideologiche”) che porta le stigmate della pluralità intersoggettiva.
Napoli è prigioniera di un cliché, la sua è una maschera per coprire la tristezza e la miseria.
È sempre stata una lotta dura, a Napoli, tra stereotipi e pregiudizi.
Una lotta di chi vive alla giornata, tra mille espedienti e sempre al limite della legalità.
Una lotta che vede impegnati, ogni giorno tante persone della loro difficile esistenza.
Chi passa per Napoli si limita a osservare: spesso condannando, a volte limitandosi a una compassionevole pietà.
Ma è sulla vita di queste persone, sul possibile affrancarsi da tanta miseria economica e civile, che si fonda, probabilmente, il futuro di questa città.
Dentro e - soprattutto - fuori dai luoghi comuni la fotografia disinteressata, senza tornaconto personali, permette di dare la giusta prospettiva alle cose.
Quando l’unico obiettivo dell’informazione è quello di dire la verità, allora entra in gioco la conoscenza profonda di un malessere vissuto sulla propria pelle, un disagio profondo che discrimina le persone, le spinge ai margini perché non possono inseguire il progresso o se lo fanno è il progresso dell’effimero del superfluo.
A Napoli la gente è capace di indebitarsi per poter sfoggiare l’auto nuova, il cellulare all’ultimo grido.
I ragazzi, invece, attirati da questi specchietti per allodole rischiano di invischiarsi in faccende criminose, dal piccolo scippo alla vecchietta, al furto del motorino e via dicendo.
Allora la carta vincente dove sta veramente?
La carta vincente è gelosamente nascosta per poter distrarre l’ attenzione dall’unica risorsa che ha il napoletano.
Se stesso.
I napoletani hanno fatto grandi rivoluzioni, ma sembra che il gene di Masaniello si sia “annacquato” col tempo.
Se veramente si vuol fare qualcosa per la città, lo si deve fare insieme, e iniziare a pensare con la propria testa e smettere di piangersi addosso e cominciare a dire basta.
Non ci ascolta nessuno?
Urliamo più forte perché chi persevera vince.