Da:

"ilaria"   

A:

bancoalbranco@yahoo.it

Oggetto:

x una città possibile

Data:

Sun, 20 Nov 2005 15:50:59 +0100

 

 

Sono ormai quattro anni che frequento assiduamente l’università, quattro anni che giro per il centro storico quasi ogni giorno, e quattro anni che mi ripeto, ogni qual volta osservo Napoli, i suoi vicoli, la sua gente, che  è una città -per riprendere un’affermazione che particolarmente mi ha colpito- sublime e infernale.

Soffermandomi sul problema del disagio giovanile, in qualità di studentessa, non posso dire altro che esso esiste ed è lampante.

Sempre più con il passare del tempo mi accorgo che c’è un’aria negli ambienti universitari che definirei di “leggerezza”,leggerezza “dell’essere”, come direbbe Kundera, dell’essere e nell’essere, e nell’agire aggiungo. La sensazione è quella di vivere in una città “scomoda” nella quale i giovani passano il loro tempo senza darle un peso reale, una forma a loro più consona.

In termini più pratici direi che girare per il centro storico in tutta tranquillità è pressoché  impossibile. Fermarsi in una piazza a chiacchierare è quasi diventato pericoloso.  Un esempio, Piazza del Gesù Nuovo, luogo di ritrovo notturno abituale degli studenti, fuori sede e non, è allo stesso tempo luogo di risse, urla, bottiglie di birra che volano, automobili che corrono..una giungla direi. C’è un continuo scontro tra tipologie di giovani differenti che non riescono a convivere, o comunque a venirsi incontro.  Da che mondo e mondo i giovani hanno avuto la tendenza ad identificarsi in un gruppo più che in un altro, sentendosi così parte di culture musicali, stili di vita e ideologie differenti, ma la tolleranza tra questi è davvero minima. Credo che uno degli esempi utile a semplificare la comprensione del problema è una serie di episodi successi sino a poco tempo fa, nei quali ragazzi che giravano tranquillamente per le vie del centro storico, venivano d’improvviso colpiti con schiaffi ( e mi limito a citare gli schiaffi per non trascendere!) da gruppi di giovani in motorino.

La sensazione che traspare a mio parere da questo esempio è proprio quella di disagio, mancanza di comunicazione e  di rispetto in primis.

A me personalmente non è mai capitato di ritrovarmi in situazioni del genere ma più volte, anzi, quasi sempre, mi è capitato di girare in gruppo ed essere seguita da ragazzi in macchina o in motorino anche per tratti molto lunghi i quali tiravano fuori frasi a loro parere “simpatiche” che sinceramente, erano di una tristezza allucinante. Spesso ancora capita anche in pieno giorno di starsene per i fati propri ed essere importunati, o comunque non è possibile soffermarsi in una piazza o su una panchina senza rischiare di essere scamazzati da una pallonata se siamo fortunati, di essere travolti da ragazzini con tanto di bestemmia inclusa se siamo un po’ più “sfigati”.

Ora, io me lo chiedo quasi tutti i giorni perché Napoli sia così, perché non c’è rispetto. E soprattutto perché nessuno se ne importa!

Innanzitutto credo che la causa principale sia la mancanza di un presupposto di base, fondamentale al fine di un vivere civile che è la cultura. Il senso civico, il senso di responsabilità, non lo so come lo si può chiamare, in ogni caso si tratta di ignoranza. Credo che a Napoli manchi  proprio la mentalità del convivere. Quando vedo ragazzi che prendono in giro le persone, che urlano, che giocano a pallone in luoghi di passaggio, sinceramente più che rabbia provo dispiacere, non riesco ad incolpare un ragazzino perché mi ha buttato il pallone addosso o mandare a quel paese un altro perché fa apprezzamenti  sul mio sedere o altro. Penso che non sia colpa loro se sono così, sono semplicemente ignoranti. In fondo se giocano per strada è perché non hanno altro posto dove farlo, se corrono con i motorini e disturbano gli altri è perché non hanno nulla di meglio da fare, anzi, non hanno nulla da fare.

Tutto questo è perché mancano gli spazi, mancano i luoghi per poter fare o dove trovarsi qualcosa da fare. Vorrei citare un altro esempio, che sebbene non riguardi strettamente il centro storico, credo sia opportuno. Io vivo in provincia da quando sono nata, e soprattutto ai tempi delle scuole superiori, frequentavo ragazzi della mia stessa città. Ci sono stati un paio d’anni nei quali avevamo a disposizione un prefabbricato di pochi metri quadrati, composto da un unico ambiente e che avevamo battezzato “Pianeta Giovani” (il nome è già un programma…) . Credo che i due anni passati lì dentro siano stati i più divertenti della mia adolescenza. In questo “pianeta” si poteva fare di tutto. Suonavamo, cantavamo e ballavamo, organizzavamo feste, “jam session”, dipingevamo, ci passavamo semplicemente il tempo a chiacchierare. Senza rendercene conto avevamo creato uno spazio dove vivere le nostre giornate e dove crescere dando libero sfogo alle nostre passioni, ai nostri interessi, dove svilupparne nuovi, dove fare amicizia, mangiare e dormire…Questo luogo che a -mio parere non poteva avere nome più appropriato che “pianeta” perché era davvero “un mondo a parte”- è purtroppo stato chiuso per sempre a causa di una specie di guerriglia causata da gruppi di giovani che non si identificavano vi si identificavano, ma che allo stesso tempo non ne avevano uno dove passare il tempo e credo per una sorta di invidia inconscia avevano deciso di distruggere il nostro, benché non gli fosse mai stato vietato di unirsi a noi, anzi tutt’altro! Chiuso il Pianeta, è finito tutto. Oggi ciò che vedo è una serie di ragazzi buttati su un muretto a fumare e bere, dalla mattina alla sera. La cosa più eccitante che fanno è prendere in giro qualcuno che passa.

A Napoli non ce ne vorrebbe uno di Pianeta Giovani, ma mille. Purtroppo invece i giovani sono continuamente lasciati allo sbaraglio, non ci sono  strutture.  Ci siamo mai chiesti perché se c’è così tanta “anarchia” ci si dimena come se si fosse in gabbia e –lo ribadisco- si vive in una giungla? Io credo che si tratti proprio della mancanza di possibilità di acculturarsi, la mancanza di avere cioè spazi dove trascorrere il proprio tempo, dove sentirsi davvero “liberi” di esprimersi, dove trovare qualcosa da fare.

Questo vale soprattutto per chi di interessi non ne ha, o almeno apparentemente.  Per tornare all’esempio della mia città, i ragazzi che non sono riusciti ad integrarsi, erano proprio quelli che passavano le loro giornate sui motorini andando avanti e indietro, quelli che magari non vanno a scuola o all’università ma non lavorano, quelli le cui famiglie li hanno lasciati vivere per strada senza riuscire a dargli un’istruzione ed un’educazione adeguata ( perché non hanno voluto o perchè non hanno potuto, o semplicemente non hanno saputo.) Ma in fin dei conti questi ragazzi erano come noi..sono come noi, sono appunto ragazzi. C’era chi tra questi si mostrava divertito e attratto dalle nostre attività, ma magari per paura, vergogna o più semplicemente per orgoglio non se ne avvicinava, finiva col disprezzarci.

Le barriere esistenti possono essere abbattute se c’è davvero un movimento in grado di farlo. Se le istituzioni dessero più spazio, più voce ai giovani, se le scuole e le università fossero “centri culturali” piuttosto che sterili aule asfissianti, allora si che le cose potrebbero iniziare a cambiare.

Se la cultura e il sapere fossero più accessibili a tutti, fossero gratuiti, magari più mamme manderebbero a scuola i propri figli piuttosto che a cercarsi un lavoro, più giovani avrebbero la possibilità di frequentare l’università e accrescere le loro conoscenze.

Il problema però a mio parere non sta solo da una parte. Non sono solo le istituzione che dovrebbero “fare qualcosa” ma, visto come stanno andando le cose oggi, sono soprattutto i giovani che dovrebbero “darsi da fare”. Tutte le proteste contro la riforma universitaria (per parlare della mia realtà), non si concretizzano in altro che striscioni appesi ai balconi degli edifici o peggio ancora fuori le aule autogestite, che sinceramente, mi sembrano i regni dell’incoerenza. Ci sono andata poche volte e ho visto che quelle stesse persone che vogliono lottare perché il Governo taglia i fondi alla cultura sono quelle che scrivono sui muri e sui tavoli che loro stessi con le loro tasse universitarie di cui si lamentano e che rivendicano hanno pagato.

Non ci sono andata più. Per tornare al discorso iniziale, è la mancanza di concretezza nelle azioni che manca. Non dico di ritornare al ’68…ma quasi.

Se non fossimo destinati ad essere macchine standardizzate finalizzate al consumo e alla produzione in un mondo del chi c’è c’è chi non c’è non c’è e soprattutto se riuscissimo a prendere coscienza di ciò che invece ci scorre addosso, forse le cose andrebbero diversamente. Io nel mio piccolo ci provo a “cambiare le cose”, ma le cose non si cambiano in uno o due persone che cercano di fondare un associazione culturale con lo scopo di rendere la cultura accessibile a chiunque e soprattutto le cose non si cambiano dal basso ma, se è vero che sono le piccole cose che formano il tutto, credo che sia la collaborazione e in particolar modo il confronto la soluzione possibile. Confronto finalizzato all’apprendimento e all’accettazione delle diversità che siano ideologiche, di ceto sociale, di cultura attraverso spazi che lo permettano, manifestazioni in gradi di sensibilizzare che diano la possibilità di avvicinarsi e divenire consapevoli.

       Ilaria.    Studentessa, 22 anni